mercoledì 26 novembre 2008
LO SPAZIO DEL SILENZIO
L'ostello diventa un'oasi di notte. Quando sono sola con il rumore del generatore e un guardiano che sonnecchia. Essere soli al buio di notte, non voglio cercare altro, non voglio sapere altro. Basta un libro, una storia, un momento di poesia. Come si diventa lirici con un po' di silenzio intorno e del tempo per maturare un po' di spazio interiore. Cerco poesia intorno e penso che mi sarei dovuta portar dietro i miei classici, un po' di Hrabal, un po' di Montale, un po' di DeLillo e a chiudere anche un po' di Pavese. Com'è che sono diventata così malinconica non lo so. Non ho argomenti e forse ho troppo tempo.
Ma a pensarci bene il mio problema è un altro ancora. Sono partita allo sbaraglio convinta che le cose da scrivere mi sarebbero cadute intorno. Ci sono tante cose nuove, certo. Ma non ho punti di riferimento e non ho nemmeno considerato il mio carattere. A vedere le mie azioni a posteriori sembra che io non mi conosca e forse è così. Se fossi stata catapultata a Catania, per dirne una, o a Roma, sola, chiusa in un ufficio fino a metà pomeriggio tutti i giorni, avrei conosciuto qualcuno oltre alle persone del lavoro e dell'alloggio? Probabilmente no. Eppure pensavo di arrivare qui e conoscere i tanzaniani tutti in un colpo. E poniamo sempre di essere stata a Roma, non avendo alcuna rete di contatti come avrei fatto a scrivere qualcosa? O ti capita un omicidio sotto al naso, e allora d'accordo. Ma per un'inchiesta, per dire, c'è bisogno di punti di riferimento da cui sai che puoi cavare informazioni, e ci vuole tempo. Non so cosa mi aspettassi da me e da questa esperienza. Certo che ne sto cavando qualcosa, ma mi sono serviti due mesi soltanto per riformulare gli obiettivi.
mercoledì 19 novembre 2008
COPPIE COLORATE
Ci sono tantissime donne sulla quaranta/cinquantina che si accoppiano con tanzaniani/Masai giovani o meno giovani. O donne tanzaniane giovani e ancor più giovani accoppiarsi con bianchi più o meno in là con gli anni. Queste sono le tipologie che mi capitano più spesso sotto il naso. Certamente ci sono anche coppie più omogenee. Ma cosa facciamo della differenza linguistica, e soprattutto culturale? Chiedersi cosa spinga una donna di mezza età ad accoppiarsi con un giovane nero può essere banale. Chiedersi cosa spinga un vecchio bianco a farlo è scurrile. Ma questi sono gli eccessi. Eppure mi chiedo se per caso una donna occidentale non si cimenti in un rapporto con un africano perché c'è qualcosa che non trova nel maschio medio occidentale. Chiaramente sono impressioni, ma la mia idea è che l'uomo europeo si sia lasciato andare troppo spesso alla ricerca della bellezza giovane e a piaceri senza responsabilità. Un uomo bianco potrebbe controbattere che la donna bianca si è spinta troppo oltre sulla strada dell'inaccessibilità e dell'egocentrismo.
Ma prendiamo una coppia apparentemente ben assortita. Poniamo che lei sia una trentenne bianca e lui un trentenne nero. O nessuno dei due parlerà con l'altro la propria lingua madre, oppure uno dei due parlerà quella dell'altro. Ma si può riuscire a farsi davvero capire uno dall'altro? Il fatto che si faccia già fatica a capirsi anche senza la barriera linguistica significa che aggiungere la differenza di lingua è trascurabile (tanto la comunicazione è un problema comunque) oppure è un ostacolo in più? Ma poniamo che con tanto impegno e dedizione si superi il problema, la differenza culturale non pesa? Se si tratta di una coppia mista entro i confini occidentali, le divergenze non sono poi tante, ma tra un africano e un'occidentale? Non dico interessi comuni ma simili almeno. Esagero? Se con una persona non so di cosa parlare per me il rapporto finisce. Se non ho niente con cui ridere insieme, preferisco un libro. Non voglio dire che si sta solo con i propri simili, si finirebbe con l'alimentare malattie culturali come il fanatismo. Ma non so ancora quanto in là si possa spingere il limite dopo il quale le differenze smettono di arricchire il rapporto e diventano un muro.
I rapporti possono non funzionare anche tra due bianchi, ovvio! Si fa presto a dire che non è il colore che fa la differenza, che non è questione di colore. Non è vero. Qui il colore fa la differenza eccome! Io bianca ho mi ritrovo con dei neri appresso perché sono bianca. Io bianca sono vista come un portafoglio che cammina perché sono bianca. Io bianca ho un prezzo maggiore rispetto ai neri perché sono bianca. Non c'è niente che cancelli questa differenza di percezione. Siamo cresciuti così. Loro vedono i bianchi belli e ricchi. E noi vediamo i neri brutti e poveri. Ok non sempre brutti. Lo scoglio è grande e il colore è la differenza. Perché il colore si trascina dietro inevitabilmente una questione simbolica e culturale, che è la differenza. E qui le differenze le senti in ogni momento del giorno. Il colore è la questione. I motivi che spingono un bianco o un nero ad avvicinarsi all'altro sono già ideologici.
Eppure vedo coppie bianco-nero funzionare bene. Coppie che si sono ritrovate a studiare insieme, a lavorare insieme. Quindi forse stare insieme nel tempo crea quell'intimità che va oltre le cose in comune come la lingua e la cultura, e la vita stessa diventa semplicemente in comune.
mercoledì 29 ottobre 2008
Africa violenta
Pare che il linciaggio immediato e indisturbato avvenga anche nei casi di furto. Se qualcuno viene scoperto in flagrante, o se il derubato inizia ad accusare qualcuno, comincia la caccia al ladro, e ci sono buone probabilità che finirà ucciso dalla folla. Perché c'è sempre della folla pronta a riunirsi, e i casi di linciaggio possono tranquillamente finire in omicidio. Ti picchiano finché non ti uccidono. Ladro. Autista che ha provocato un incidente d'auto. Queste le principali cause di linciaggio, non credo ce ne siano altre. In pubblico, intendo. Se la polizia interviene può non finire in tragedia. Ma qui la gente è stanca della corruzione. Se il ladro finisse anche in galera, se ha due soldi da dare alla polizia, allora è libero, impunito. Perciò l'unico modo per premunirsi è ucciderlo sul posto. All'istante. Se morto, allora è un ladro in meno. Lo stesso per gli autisti, soprattutto di dala-dala, che hanno fama di guidare come i pazzi. Un pericolo in meno.
Quando ho visto l'uomo picchiato dalla folla riuscire a divincolarsi per poi tornare alla carica con una vanga ho avuto paura. Non solo paura della situazione, che comunque aveva dei margini di rischio. Ma paura che quello che si dice dell'Africa fosse vero. E il fatto è che in parte lo è. La prima cosa che mio zio mi ha detto, quando ha saputo che stavo per andare in Africa, è stata: “Ma là si uccidono come niente! Là sono cannibali!”. D'accordo, è veneto e pure leghista, e la questione dei cannibali è risibile. Ma. C'è un grosso Ma che adesso mi si para davanti. Ci sono esplosioni di rabbia folle in cui semplicemente uccidono. Anche da noi si uccide certo. Però il linciaggio pubblico, accettato, forse è un po' diverso, ma devo ancora pensarci su.
mercoledì 22 ottobre 2008
RITORNO DA UNA CITTÀ-VILLAGGIO
Njombe è una città di 40.000 abitanti a Sud della Tanzania, su un altopiano di 2000 metri. A Njombe fa un freddo incredibile e la nebbia la mattina è praticamente padana! È una città che ti aspetti in Africa. Una specie di villaggio espanso, tutto fango e tetti di lamiera. Solo la strada principale che l'attraversa è asfaltata, tutto il resto è rosso sterrato. Puoi passeggiare tranquillo, nessuno che ti importuna. Nessuno che ti offra un taxi, un bajaji, o che ti chieda dei soldi. Certo se passi al mercato sentirai sempre "mzungu!" nelle orecchie, ma tutti i mercati del mondo sono uguali! (non che noi ci mettiamo a richiamare l'attenzione di un africano dicendogli dietro “ehi nero!”, però sono situazioni diverse, credo). C'è un'atmosfera rilassata. E per di più sono stata tutto il tempo con ragazze parlanti kiswahili. E insomma sono tornata a Dar contenta, pronta a rilanciarmi di nuovo nell'Africa. Pronta a imparare il kiswahili, a salutare tutti quanti (che se no si offendono), pronta a parlare il più possibile e a rivalutare Dar Es Salaam, la Tanzania e l'Africa intera!
Ho anche avuto modo di parlare di Dar Es Salaam con un tanzaniano che fa il veterinario lì a Njombe. Nonostante il mestiere che fa non riesce a mantenere la sua famiglia, e così ha cominciato ad accumulare polli. Adesso ne ha 400! e tra le uova e tutto riesce ad arrivare alla fine del mese. Mi raccontava che i salari sono miseri ma in un villaggio sono tutti nelle stesse condizioni, tutti mediamente poveri, tutti senza mezzi di trasporto (per queste strade si va a piedi, al massimo in bicicletta), eventualmente tutti senza acqua corrente o elettricità. Ma ci teneva a dirmi che sono felici perché sono insieme, perché stanno bene e perché non hanno problemi. E sono solidali l'uno con l'altro. A Dar Es Salaam si respira un'aria del tutto diversa perché c'è una profonda disuguaglianza tra la gente. Ci sono persone estremamente ricche, con ville, macchine lussuose, vestiti costosi. E accanto a loro gli immigrati dalle campagne, i disoccupati, gli estremamente poveri. La loro frustrazione si respira.
Eppure torno da Njombe pronta ad andare oltre la prima impressione. Ho ricominciato con i dala-dala e ad andare in giro a piedi, per quanto mi permettono queste distanze almeno. Ho persino scoperto che anche Dar Es Salaam ha degli angoli che meritano di essere visti, come Mosque Street dove le moschee sono veramente da fiaba. E se sorridi tutti ti salutano.
mercoledì 15 ottobre 2008
Stare in Africa ti fa diventare razzista?
Poi arrivano il secondo round di domande: e se davvero fosse ora di far basta con gli aiuti ai poveri Paesi africani? Cosa fanno tutti i nostri finanziamenti alla loro autonomia economica? E se si arrangiassero? Poi però pensi ai milioni di africani che morirebbero nelle campagne senza gli aiuti alimentari. E insomma non trovo una risposta alle questioni ormai mistiche sull'Africa. Ma di sicuro stare qui toglie un po' di smalto buonista.
Il problema è che con “qui”, non intendo la Tanzania, ma Dar Es Salaam. Perché altrettante voci dicono che invece il villaggio è la realtà africana, ed è una realtà che funziona da sé. Dove è possibile che il nero non venga da te bianco solo a chieder soldi, ma a guardarti con curiosità, a scambiare due chiacchiere, informazioni.
Forse si può tornare da un'esperienza in un villaggio senza diventare un po' razzista. O forse no. Due italiani stanno girando l'intero continente africano in auto (www.2africa4love.com). Hanno visto villaggi e città. E ora sono un po' più razzisti di prima. E anche loro dicono che l'africano in generale “vede l'uomo bianco come una cassaforte, di cui devono trovare la chiave per entrare”. D'altra parte però c'è anche un'altra coppia, che l'Africa la sta girando in bicicletta (www.worldbiking.info) che vede invece gli africani come persone sempre gentili, sempre disponibili. Una volta avevano persino lasciato una borsa con carte di credito e macchina fotografica in un bar. E il barista è corso loro dietro a riportargliela!
Allora forse bisogna considerare i mezzi con cui affronti una nuova realtà. Forse più i mezzi sono simili a quelli delle persone cui ti stai avvicinando, più queste saranno disponibili. E con mezzi intendo ovviamente tutto il bagaglio fisico, psicologico e morale. E allora forse con meno bagagli arrivi e meglio è, qui in Africa. Meno bagagli e meno barriere. E allora bisogna anche aggiungere che il mio mezzo personale per avvicinare la realtà africana è completamente sbagliato. Che l'ambasciata è la cosa più lontana dalla realtà che qui si possa trovare. Ambasciata vuol dire soldi, vuol dire Yacht Club e Golf Club. Vuol dire barriera tra me e chi mi viene a chiedere il visto. Barriera di vetro, barriera di soldi e barriera linguistica. Perché non c'è verso che un qualunque funzionario diplomatico impari la lingua del posto per starci qualche anno. E io che ci sto qualche mese? Forse ho sbagliato tutto e non ci caverò un briciolo in più di conoscenza. Sono venuta per conoscere una cultura diversa dalla mia e non so se ne ho i mezzi, o le capacità per farlo.
mercoledì 8 ottobre 2008
In un Paese senza edicole
Forse stare qui in Africa mi aiuterà a chiarirmi le idee su quello che voglio. I libri sono la mia più grande passione. Non c'è niente che mi incanti più di una storia ben raccontata. Non mi interessano i poveri, i neri, la fame, l'acqua. Sono qui per scrivere, al massimo. Non ci faccio un cazzo con l'essenziale se non ho il superfluo.
E come si fa a campare senza un'edicola? Ho ricominciato la ricerca di una casa editrice da quaggiù. Compro Internazionale in .pdf. Sono snob bianca occidentale e ricca per gli standard. Inutile negarlo. Non mi piace prendere i dala-dala, sono sempre strapieni, ci metti un'ora per arrivare da qualunque parte solo perché nonostante la povertà troppi tanzaniani hanno la macchina. E così adesso vado in bajaji. Pazienza per il contatto umano. Magari un'altra volta. Non me la posso prendere che non sono come vorrei essere. Ma me ne sto facendo una ragione.
Se anche non riuscissi a farmi dei contatti nell'Onu, nell'Unesco, nell'Unione Europea, e non riuscissi a scrivere due righe pagate (quelle gratis sono sempre assicurate!): pazienza. La casa editrice è un obiettivo che si rinnova. Mi tocca seguirlo come la stella cadente. Ho sempre detto meglio i libri delle persone, e cosa ci faccio in Africa? Che valga come percorso metafisico, almeno.
mercoledì 1 ottobre 2008
Conoscere un tanzaniano
Due ragazzi del posto dicono che Dar è troppo frenetica (cosa che può sembrare ossimorica qui in Africa!) e nessuno si ferma a chiacchierare davvero con uno mzungu (bianco), anche perché non siamo pochi! Per trovare il vero volto tanzaniano bisogna uscire e passare per i villaggi. Lì puoi davvero riconoscere l'ospitalità e disponibilità locali. Vedremo. Bisognerà che esca da qui comunque. Ma il fatto che noi bianchi siamo visti come delle banconote con le gambe sembra essere una realtà condivisa. Almeno per quanto riguarda Dar.
Alle volte nei dala-dala mi sento a disagio. Come se fossi in uno dei loro mezzi super-economici (300scellini=20centesimi di euro, per una decina di chilometri) alla faccia loro e non ne avessi il diritto. Tutti ti guardano e magari non si spiegano perché non prendi un taxi (10.000scellini=6euro) o al limite un bagiagi (5.000scellini=3euro). Ma sei lì a rubare spazio a loro. Anche perché lo spazio qui è una realtà da rivendicare o da guadagnare. O ti guardano semplicemente perché sei bianco.
La luce del mattino è di una limpidezza allarmante, l'occhio non riesce a credere e sembra che non ci siano barriere tra te e il mondo. Come una visione perfetta. I contorni delle foglie, dei tronchi, sono così netti contro un cielo così assolutamente azzurro che fa un po' impressione. E i cieli sono davvero più grandi quaggiù. Sarà che non esiste l'illuminazione stradale, e le case alte sono una rarità che si trova solo nel centro di Dar. Ma quando alzi gli occhi di notte vedi questo cielo così grande, che è come se avesse recuperato le sue tre dimensioni. Come se a guardarlo di solito fosse un soffitto e da qui lo ricontempli intero! Sarà che ci sono sempre grosse nuvole in movimento e il cielo si fa più grande in prospettiva. Ma c'è una bellezza sfacciata nella luce e nel cielo. Forse anche per questo i tanzaniani non si sentono in obbligo di rendere altrettanto belle le loro città.
