Arrivo a Dar Es Salaam lunedì sera, e sembra già notte inoltrata. Lo scalo a Nairobi è durato solo mezz'ora, dalle 18.10 alle 18.40: giusto per passare da una luce di crepuscolo al buio pesto. E io che mi ero messa le lenti a contatto per riuscire a vedere Dar dall'alto! L'unica cosa che ho visto sono state tante luci su un porto. Neanche Nairobi era granche da lassù. Eppure ero in Africa! E l'emozione reggeva ancora.
Sono in Africa. Solo il nome ha la sua carica di avventura. Colpa della nostra cultura da imperialisti posticci. Occidentali.
Con il buio mi è passato ogni sollazzo da avventuriera. Più mi avvicinavo alla Tanzania più volevo tornare a casa. Da D., dalla mamma, a casa, alle abitudini. Non mi è ancora passato quel sentore.
Le strade sono buie, enormi, sembrano semiasfaltate, come se fossero ancora sabbiose. Come l'atmosfera di un incubo. Emozione, euforia, niente. Paura. Per quale stronzo motivo mi sono fissata con l'Africa? E adesso che ci sono non so cosa sono venuta a farci.
Nella stanza c'è un piccolo geco. Il responsabile dell'ostello dice che in quanto mangiatore di zanzare sarà il mio migliore amico. Lo vedo in posizione diverse sul soffitto senza accorgermi di quando si muove. Ma lo sento. E c'è un orrore furioso nell'ascoltare rumori di cui non sai nulla.
Forse devo ammettere una volta per tutta che non sono quello che vorrei essere. Non sono spavalda, non sono coraggiosa, non sono pronta all'avventura. Non so perché sono venuta quaggiù. Forse ha ragione D., e il mondo si può vedere nei documentari da casa propria.
Sono stanca e mi sento sola.
Eppure prima nel buio sentivo una voce che cantilenava qualcosa. Eppure anche adesso mi sembra di sentire dei canti o delle mani che battono. Allucinazioni da Lariam?
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